Btp, asta record con rendimenti ai massimi dal 2013

  • Rendimento btp scadenza 3 anni: collocati 3,5 miliardi al 2,51%
  • Rendimento btp scadenza 7 anni: collocati 1,5 miliardi al 3,28%
  • Rendimento btp scadenza 15 anni: collocati 944 milioni al 3,66%
  • Btp scadenza 30 anni: collocati 558 milioni al 3,79%

Collocati 6,5 miliardi di bond, con rendimenti più che raddoppiati rispetto al mese di settembre. La view di Gianluca D’Alessio, portfolio manager di Fia Asset Managemen

I rendimenti dei titoli di Stato italiani si sono infiammati nel corso delle ultime settimane. Dopo i 6 miliardi di bot a 12 mesi collocati nei giorni scorsi, al tasso di 0,946%, il Tesoro ha fatto il bis con i titoli a medio e lungo termine. Collocati btp a scadenza 3 anni per 3,5 miliardi, al tasso di 2,51%, 131 punti base in più rispetto all’asta precedente e 246 in più rispetto ad aprile. Basso anche il rapport di copertura, fermo a 1,26 rispetto all’1,96 precedente.  Rendimenti al 3,28% per i titoli a 7 anni (precedente: 2,55%), 3,66% per quelli a 15 anni (a fronte del 3,04% precedente) e 3,79% per i btp a scadenza 15 anni (in crescita rispetto al 3,55% di settembre).

Lo scenario

“Se l’episodio di elevata volatilità sui Btp registratosi a fine maggio aveva costituito un’interessante buy opportunity nel breve periodo, specialmente sulle scadenze a 2 anni – dove si era quasi assistito ad un’inversione della curva dei rendimenti con gli investitori che cominciavano quindi a prezzare concretamente un rischio di default per l’Italia – oggi lo scenario appare più complesso ed incerto – commenta Gianluca D’Alessio, portfolio manager di Fia Asset Management. “Già ad agosto infatti si era assistito ad un’altra fiammata nei rendimenti, ma qui la ragione era stata da attribuirsi principalmente a motivazioni esogene quali la crisi della lira turca, ed all’esposizione significativa delle banche italiane a tale mercato. Ad oggi, invece, gli investitori si interrogano sulla sostenibilità della legge di bilancio 2019, a seguito principalmente della pubblicazione a fine settembre della nota di aggiornamento del Def con target di deficit al 2,4%”.

In attesa del rating

“Un altro punto importante di svolta – prosegue Gianluca D’Alessio – potrebbe essere il 26 ottobre, quando l’agenzia di rating S&P sarà chiamata ad esprimersi sul merito di credito italiano. L’agenzia Fitch ha già espresso i propri dubbi sulla sostenibilità della manovra, ed in caso di un declassamento da parte di S&P si potrebbe assistere ad un’ulteriore fase di tensione sul debito italiano. La situazione diventerebbe critica nel caso di un doppio downgrade, il quale farebbe precipitare il rating alla soglia di non-investment grade (o “junk” bond), determinando l’ineligibilità dei titoli di Stato italiani per molti investitori istituzionali, Bce e fondi pensione in primis. Ad ogni modo, analizzando lo spread fra Cds di tipo ante-2014 e CDS post-2014 (quest’ultimo, infatti, protegge l’investitore anche dal rischio di ridenominazione del debito, mentre il primo no), sembrerebbe che gli investitori siano più preoccupati per una possibile ‘Ital-Exit’, che non da un ipotetico default. Per questi motivi, sebbene non sia ancora scontato nei corsi obbligazionari un concreto rischio per il debito italiano di scendere al di sotto della soglia degli investment grade, è plausibile attendersi ulteriori fasi di volatilità sui titoli di Stato italiani, con il decennale che potrebbe anche salire fino a toccare la soglia dei 400 bps di spread contro il Bund”.

 

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